Quando la psicologia incontra il tennis…parte II


Strategie e Tecniche di Potenziamento per migliorare le proprie convizioni di efficacia personale, nel tennis e non solo …

fotoprofilo21 310x365 Quando la psicologia incontra il tennis…parte IIDopo aver buttato il sasso in questo vasto oceano tennistico, non potevo tirare indietro la mano, e quindi eccomi pronto per la seconda parte, forse quella più interessante, perchè centrata sulle strategie e tecniche di potenziamento che possono venire utilizzate all’interno di ogni contesto sportivo, ovviamente però con l’aiuto di uno psicologo, di un maestro di tennis, e con degli obiettivi ben definitivi per l’atleta.

Inoltre parto dal pressuporto però che tutti abbiano letto e compreso il precedente articolo sulle convinzioni di efficacia personale, e svolto il relativo test (http://www.quellicheiltennis.it/psicologia-dello-sport/scala-sull-efficacia-nel-tennis), in quanto queste risultano essere fondamentali nel condizionare i nostri pensieri e le nostre azioni, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo.

Lo strumento, infatti, che ho presentato ha ampie opportunità di impiego in campo sportivo, sia nell’ambito della ricerca che in quello dell’applicazione, dove può costituire un’importante mezzo attraverso il quale avviare percorsi di allenamento che partano dalla riflessione su specifiche situazioni ed abilità percepite in relazione al singolo giocatore, fino ad arrivare a quelle più generali della squadra, questo perchè analizza tutti gli aspetti, dalla concentrazione, all’ansia, agli aspetti emotivi e tecnici, che risultano fondamentali per il miglioramento della prestazione.
L’applicazione e, dove necessario, la ri-applicazione di una serie di tecniche e strategie di potenziamento dell’efficacia percepita personale, che andrò di seguito a spiegare, e basate largamente sulle quattro fonti dell’auto-efficacia individuate da Bandura (Esperienza diretta,Esperienza vicaria, Persuasione verbale, stati emotivi e fisiologici), risulta essere la fase più delicata ed importante di tutto il programma. Si dovrà infatti porre massima attenzione e cura nel personalizzare ciascuna tecnica rispetto alle esigenze e risorse del giocatore, in stretta sinergia e collaborazione con il maestro e l’atleta stesso.

Ma entriamo nel vivo !

Le Aspettative di Efficacia possono originare da quattro fonti principali (quelle sopra citate), ed è proprio da queste che si possono sviluppare le tecniche e strategie di intervento:
• Le “esperienze personali”, che costituiscono la fonte più proficua per acquisire un forte senso di autoefficacia, rappresentano la memoria di situazioni passate affrontate con successo. Esperienze di padronanza personale consolidano le aspettative future, mentre esperienze negative producono l’effetto opposto. Un solido senso di efficacia richiede, invece, perseveranza e impegno nel superamento degli ostacoli. Nello sport tale strategia si basa sul “modellamento partecipante” (mastery experience) ed è particolarmente utile per rafforzare l’efficacia relativa alla gestione di aspetti tecnici e tattici di gioco, ma può anche essere utilizzata per potenziare convinzioni relative ad altre aree specifiche. Questa tecnica consiste nello strutturare compiti e attività di crescente difficoltà e altamente individualizzati, nei quali viene di volta in volta garantito all’atleta il raggiungimento di buoni risultati evitando l’esposizione prematura a situazioni e circostanze ad alto rischio di fallimento. La riflessione costante sulle esperienze di successo promuove lo sviluppo di un progressivo senso di fiducia nelle proprie capacità di riuscita; e solo quando tale fiducia è abbastanza solida, il giocatore potrà essere gradualmente introdotto in situazioni di maggiore pressione, dove diventa inevitabile sperimentare e affrontare l’insuccesso (Steca et al. 2010).In aggiunta alla classica esperienza diretta, Orlick (2000) propone un apprendimento attraverso l’utilizzo di simulatori elettronici, che permettono all’atleta di sperimentare le varie situazioni di gara. Le simulazioni, infatti, possono aiutare i giocatori a replicare le condizioni mentali all’interno delle competizioni e a prendere confidenza con le potenziali distrazioni (Feltz, Short, e Sullivan, 2007);

• “L’esperienza vicaria” è fornita dall’osservazione di modelli. Vedere persone simili a se che raggiungono i propri obiettivi attraverso l’impegno e l’azione personale incrementa in noi la convinzione di possedere quelle stesse capacità. Ugualmente, vedere persone che falliscono, nonostante l’impegno, indebolisce il nostro senso di efficacia. Il modeling è un’ altra forma di apprendimento che si realizza attraverso l’esperienza vicaria, ovvero attraverso l’osservazione dell’esperienza fatta da altri; questa tecnica è tanto più utile nella fortificazione delle convinzioni di efficacia quanto più i giocatori che vengono osservati (i modelli) sono percepiti come competenti, e simili per abilità tecnico-tattiche, caratteristiche fisiche e tratti personali. In tutte le fasi è importante che il giocatore sia orientato dall’allenatore all’osservazione di determinati aspetti del modello, alla riflessione e al confronto, al fine di creare la convinzione che si può fare altrettanto o addirittura meglio. Il Self-Modeling consiste, invece, nella visione di filmati che ritraggono i giocatori stessi nell’esecuzione di particolari gesti tecnici o in competizioni padroneggiate con successo. Vedere e riflettere sul fatto che in passato si è stati in grado di gestire adeguatamente determinate situazioni fortifica la convinzione che in futuro si potrà fare altrettanto.
L’imagery, o visualizzazione, è una tecnica largamente impiegata nel contesto sportivo che si è rilevata di particolare utilità nel rafforzare l’efficacia percepita relativa ad aspetti tecnico-tattici, alla gestione delle emozioni e dell’errore, alla capacità di fronteggiare nel modo migliore le situazioni critiche e nuove, e alla costruzione di un senso di gruppo, sia a livello individuale che collettivo. L’imagery, infatti, può essere usata per rievocare e ripetere mentalmente non solo specifici gesti motori, ma anche schemi tattici e strategie di gioco, e un’ampia varietà di situazioni che il singolo giocatore o l’intera squadra possono aver vissuto quotidianamente. L’immaginazione del giocatore deve essere costantemente allenata e ben strutturata al fine di trarne i maggiori vantaggi. Partendo dagli stimoli molto semplici si abitua il giocatore a prendere confidenza con la tecnica e a rendere l’immagine mentale più vivida e realistica. Come per l’esperienza diretta di padroneggiamento, è importante strutturare l’imagery in gradi progressivi di difficoltà, dalla situazione più semplice a quella più complessa, in modo da consentire al giocatore di divenire via via più capace di richiamare alla mente azioni e fatti e di acquisire progressivamente l’abilità di manipolare senza sforzo le immagini evocate;

• “La persuasione verbale” consolida la nostra convinzione di essere in possesso di ciò che occorre per riuscire. Purtroppo le aspettative di efficacia che ne derivano sono meno forti di quelle prodotte dall’esperienza pratica. Soprattutto nei momenti più critici, quando la tensione è alta, la fatica intensa, gli insuccessi frequenti e la motivazione subisce dei cali, il senso di efficacia resta elevato solo se le persone che costituiscono dei punti di riferimento continuano a esprimere fiducia nelle capacità dei giocatori. La persuasione verbale ha effetti tanto più elevati e durevoli quanto più le valutazioni positive dei persuasori risultano credibili e sono frutto della competenza e della stima reciproca. Utili strumenti di persuasione sono anche i discorsi che i giocatori fanno a se stessi (Self-Talk), particolarmente efficaci nel controllo dei pensieri intrusivi e degli elementi di distrazione, nell’allenamento e prima e durante tutta la partita. Anche un efficace self-talk, tuttavia, deve essere insegnato ed allenato, cercando di mostrare un’adeguata destrutturazione e ristrutturazione cognitiva, dal momento che l’atleta può incorrere a delle catastrofizzazioni e generalizzazioni irrealistiche durante le situazioni di difficoltà. Un esercizio considerato molto importante all’interno della psicologia dello sport, per cercare di limitare il cosiddetto negative self-talk, i pensieri negativi che molti di voi sottolineavano, è quello di scrivere i proprio pensieri negativi su un block notes, e di rivederli a fine giornata. Questo esercizio permetterà all’atleta, insieme all’allenatore, di prendere coscienza del numero di pensieri negativi che attraversano la mente del giocatore e di cercare di ridurli, e soprattutto di trasformarli in pensieri positivi. A volte, però, l’atleta non capisce realmente quanto è duramente critico nei propri confronti, e quindi, gli viene chiesto di immaginare di dire quelle espressioni ai propri compagni di squadra o amici, in modo tale da comprendere la negatività delle proprie parole;

• Nel valutare le proprie capacità le persone si basano sugli “stati emotivi e fisiologici”. Spesso le situazioni di stress e la tensione vengono percepite come il presagio di una cattiva prestazione. Non è l’intensità delle reazioni emotive e fisiche ad essere importante, quanto piuttosto il modo in cui esse vengono percepite ed interpretate. Per esempio le persone (o atleti) che hanno un buon senso di efficacia considerano il proprio stato di attivazione emotiva come qualcosa che facilita l’azione dando energia, mentre quelle sfiduciate vivono lo stato di attivazione fisico-emotivo come pericoloso e debilitante, cioè presagio di un cattivo rendimento e un cattivo risultato. Il corpo e la mente non sono due cose separate e distinte, ma essi sono più vicini di quanto noi immaginiamo. Essi sono integrati. Vuol dire che non può accadere nulla al corpo che non accada anche alla mente.
Un particolare stato emotivo, come quelli che comunemente si hanno in gara, può dare origine a reazioni diverse in diversi atleti. A che cosa è dovuta questa cosa ? Fondamentalmente è la capacità degli stessi di essere consapevoli dell’emozione che stanno provando, di gestirla e di sfruttarla per i propri fini ed obiettivi. Insegnare ad essere consapevoli dei propri vissuti psicofisiologici è l’elemento che oggi manca nella pianificazione del programma di allenamento di ogni allenatore;

Infine, per concludere le varie strategie e tecniche d’intervento, è doveroso focalizzarsi su un altro punto molto importante e che riguarda gli obiettivi che l’atleta si prefigge, infatti, il Goal Setting, che costituisce la metodologia di fondo di qualunque programma finalizzato allo sviluppo dell’efficacia percepita e non solo, può essere insegnato non solo ai singoli ma anche all’intera squadra, affinché i giocatori imparino a pensare e a lavorare per obiettivi e standard di realizzazioni chiari e ben definiti e rafforzino le proprie capacità di autoregolazione.
Il goal setting si basa sulla capacità dell’individuo di saper individuare degli obiettivi realistici e realizzabili, a breve o a lungo termine, e di impegnarsi per il loro raggiungimento. L’impegno, ovviamente, cambia in base alla tipologia dell’obiettivo e alla difficoltà del compito, per esempio, c’è una notevole differenza tra il voler diventare un atleta professionista ed il poter partecipare ad una competizione mondiale, così come il vincere una gara e l’intero campionato.
La chiave di lettura fondamentale, però, per poter trarre giovamento dalla tecnica del goal setting è quella di riuscire ad individuare sempre dopo ogni esperienza, che sia partita o allenamento, il lato positivo, e di non farsi quindi abbattere da possibili fallimenti.

Quindi,  se sei interessato a comprendere alcuni aspetti psicologici legati al tuo tennis, a confrontarti con te stesso, e a valutare i tuoi limiti e punti di forza, e ancora non hai compilato il questionario on-line sull’efficacia personale , cosa aspetti a farlo ? il tutto ovviamente è svolto nel pieno rispetto della privacy.

Io credo fortemente nelle convizioni di efficacia, a tal punto da aver fatto una tesi sul calcio prima, ed un progetto sul tennis poi, e credo inoltre che solo grazie all’allenamento, mentale e tecnico, e che con l’aiuto del maestro, affiancato appunto da uno psicologo, si possano ottenere dei risultati davvero interessanti, con qualunque tipologia di atleta ed obiettivo.

 

“Se ho le convinzioni di essere in grado di fare, acquisirò certamente la capacità di saper fare effettivamente, anche quando tale capacità non è presente sin dall’inizio.”

Mahatma Gandhi

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One Response to “Quando la psicologia incontra il tennis…parte II”

  1. giuseppe romeo says:

    Spesso mi capita di perdere il dritto, perdo la copertura della.palla, non riesco a imprimere rotazione e quindi potenza e profondita. Magari la ria quisto subito dopo e subito dopo gioco bene. Mi scoraggio da non fare piu tornei e quindi? Mi potresti aiutare? Sono un discreto giocatore, credo che sia un problema psicologico. Avrei bisogno di un supporto…grazie

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